Immigrazione

RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO: LEGITTIMO IL DINIEGO MOTIVATO DA CONDANNA

diniego permesso di soggiorno per condanna | G11

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3841 del 9 settembre 2016, ha sancito la legittimità del diniego del permesso di soggiorno per lavoro autonomo in seguito alla condanna per detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti a causa del grave disvalore che il legislatore attribuisce ai reati in questione ai fini della tutela della sicurezza pubblica.

Nel caso di specie, i Giudici di Palazzo Spada, respingono il ricorso presentato da un extracomunitario a cui non era stato rinnovato il permesso di soggiorno per una condanna ricevuta dopo aver occultato una cospicua somma di denaro e involucri di cocaina ed eroina all’interno della propria abitazione.

Per il Consiglio di Stato, le condanne dell’extracomunitario in materia di stupefacenti sono automaticamente ostative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, qualunque sia la pena detentiva riportata dal condannato e non rilevando la concessione della sospensione condizionale, e ciò per il grave disvalore che il legislatore attribuisce, ‘a monte’, ai reati in questione ai fini della tutela della sicurezza pubblica.

In presenza di tali condanne, non residua alcuna sfera di discrezionalità in capo all’Amministrazione, che è obbligata a dare immediata applicazione al disposto normativo.

L’automatismo viene meno, invece, quando sussistono i presupposti indicati dall’art. 5, co. 5, TUI, il quale prevede che nell’adottare il provvedimento di rifiuto di rilascio, revoca o diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine, nonché, per lo straniero già in Italia, anche della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale.

La p.a. ha correttamente operato sia il bilanciamento tra l’interesse del ricorrente a restare in Italia con la moglie e i due figli e quello pubblico a negargli il rinnovo del permesso di soggiorno, in considerazione della gravità del reato dallo stesso commesso, sia il giudizio di prevalenza del secondo sul primo.

Pertanto, per i giudici, il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno risulta coerente con la ratio delle disposizioni sull’immigrazione che, accanto alla verifica dell’idoneità dello straniero ad inserirsi in un sano contesto socio economico, prendono anche in primaria considerazione le esigenze di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica.

Giuseppe Cassone


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    VISTO PER LAVORO AUTONOMO: MINIMO REDDITUALE E PREGRESSA ESPERIENZA

    Diniego visto lavoro autonomo | G11

    Il Tar del Lazio, con la sentenza n. 9494 del 2 settembre 2016, ha affermato che è legittimo il diniego di visto di ingresso per lavoro autonomo nel caso in cui l’interessato non dimostri di possedere i requisiti economici minimi e non abbia sufficiente esperienza manageriale nel settore economico prescelto.

    Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato da una cittadina cinese con il quale la stessa chiedeva l’annullamento del diniego di visto di ingresso per lavoro autonomo adottato dal Consolato generale d’Italia.

    I giudici sottolineano che, in riferimento alla situazione reddituale, il reddito percepito da fonti lecite deve essere sufficiente a garantire l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria, pertanto il minimo imposto per consentire l’ingresso sul territorio nazionale dei cittadini extracomunitari per motivi di lavoro autonomo è di 8400 euro, così come fissato dall’art. 26, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998.

    In secondo luogo, quanto al requisito della pregressa esperienza lavorativa, deve rilevarsi che tale requisito è imposto dai decreti flussi che, annualmente, stabiliscono le quote massime di stranieri extracomunitari da ammettere nel territorio dello Stato.

    In particolare, è consentito l’accesso ad un numero limitato di stranieri, appartenenti, tra l’altro, alla categoria degli “imprenditori”.

    Quindi, il riferimento a tale categoria (relativo, cioè a soggetti economici connotati dalla professionalità) comporta che l’attività imprenditoriale deve essere già stata svolta dal richiedente in modo abituale e continuativo nel Paese d’origine, dal momento che solo una pregressa esperienza lavorativa significativa, apprezzabile, necessariamente continuativa può indurre a ritenere esistente la concreta idoneità dello straniero a trapiantare la medesima attività in un altro, dato che sembra improbabile che lo straniero, che non abbia mai svolto tale attività nel paese d’origine, possa avviarla con successo in un altro Stato.

    Giuseppe Cassone


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      REDDITO INSUFFICIENTE: DINIEGO DI RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

       

      Diniego rinnovo documento di soggiorno G11

      Il Tar del Veneto, con la sentenza n. 957 del 9 agosto 2016, ha affermato che è legittimo il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno quando il reddito è insufficiente, in quanto occorre evitare che lo straniero, privo dei mezzi indispensabili per poter vivere in maniera dignitosa, possa dedicarsi ad attività illecite o criminose o, comunque, gravare sul pubblico erario, in quanto indigente.

      Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato da un cittadino marocchino soggiornante in Italia il quale chiedeva l’annullamento del provvedimento di rigetto dell’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per carenza dei mezzi di sussistenza.

      Tra i requisiti richiesti per il rilascio e/o il rinnovo del permesso di soggiorno è inclusa, ai sensi dell’art. 4, co. 3, TUI, la disponibilità da parte dello straniero di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno, la cui sufficienza viene positivamente valutata quando lo straniero produce annualmente un reddito almeno pari al minimo di pensione sociale.

      Pertanto, l’autorità di pubblica sicurezza, quando vi siano fondate ragioni, richiede agli stranieri informazioni e atti comprovanti la disponibilità di un reddito, da lavoro o da altra fonte legittima, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi nel territorio dello Stato.

      La ratio di dette disposizioni è volta ad assicurare che lo straniero autorizzato a soggiornare in Italia, abbia i mezzi indispensabili per poter vivere in maniera dignitosa, senza dedicarsi ad attività illecite o criminose, nonché ad evitare lo stabile inserimento nella collettività di soggetti che non offrano un’adeguata contropartita in termini di partecipazione fiscale alla spesa pubblica e, soprattutto, che finiscano per gravare sul pubblico erario come beneficiari di assegno sociale, in quanto indigenti.

      Giuseppe Cassone


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        LAVORATORI EXTRA UE: I CHIARIMENTI DEL MINISTERO

        Lavoratori extra UE ed asilo politico G11

        Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con nota prot. 14751 del 16 luglio 2016, torna ad occuparsi di impiego di lavoratori extra UE, fornendo al proprio personale ispettivo, le indicazioni necessarie a valutare il rapporto di lavoro in corso con lavoratori stranieri o apolidi che siano in possesso di una richiesta di protezione internazionale o asilo politico.

        Per rifugiato occorre definire qualsiasi cittadino di un Paese non appartenente all’Unione Europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, ovvero se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall’art.10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n.251.

        Il permesso di soggiorno per richiesta di asilo consente al lavoratore straniero o apolide di espletare attività lavorativa decorsi 60 giorni dalla presentazione della domanda di protezione, anche nel caso in cui il relativo procedimento non si sia concluso, purché il ritardo non sia ascrivibile al richiedente. Naturalmente tale ricevuta non consente allo straniero di chiedere la conversione del permesso di soggiorno provvisorio in permesso di soggiorno per lavoro subordinato. Questo perché la situazione dello straniero non è ancora definita.

        Gli ispettori del lavoro durante gli accessi ispettivi devono acquisire da parte del cittadino straniero la ricevuta di verbalizzazione della domanda di protezione internazionale, calcolando il termine dei 60 giorni dalla data di rilascio.

        Nel caso concernente la fattispecie in cui gli ispettori del lavoro nel corso dell’espletamento degli accessi ispettivi si trovano dinanzi a lavoratori in possesso della ricevuta di verbalizzazione della domanda ma in cui il datore di lavoro non ha proceduto nella comunicazione preventiva di assunzione sarà applicata la maxi sanzione, mentre non potrà ritenersi integrata la fattispecie penale di occupazione di lavoratori clandestini.

        Negli altri casi, il personale ispettivo applicherà le medesime procedute previste in caso di irregolare occupazione di cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno, ivi compreso il coinvolgimento delle forze dell’ordine per la verifica della posizione dei cittadini stranieri, diffidando il lavoratore straniero che non può essere considerato occupabile.

        Giuseppe Cassone


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