Immigrazione

INGRESSO PER RICONGIUNGIMENTO FAMILIARE: NUOVI PROGETTI PREPARTENZA

Ingresso per ricongiungimento familiare | G11

L’Autorità Responsabile del Fondo Asilo Migrazione e Integrazione ha pubblicato un avviso relativo alla presentazione di progetti finalizzati all’acquisizione di competenze linguistiche e all’apprendimento dei principali elementi di educazione civica e della cultura del nostro paese da parte di soggetti che stanno per fare il loro ingresso in Italia per motivi di ricongiungimento familiare.

L’obiettivo di questi progetti è duplice, infatti da un lato essi sono finalizzati ad agevolare l’ingresso e l’integrazione degli stranieri per consentire loro un effettivo esercizio dei diritti e dei doveri ad essi spettanti e, dall’altro, hanno la finalità di limitare i rischi sociali che possono derivare dalla mancata o scarsa conoscenza dei valori fondanti il nostro ordinamento. Pertanto, per consentire il finanziamento degli stessi, sono stati stanziati 3 milioni di euro.

Sono ammessi a presentare proposte progettuali i seguenti soggetti:

  • enti e associazioni iscritti alla prima sezione del registro di cui all’art. 42 del TU in materia di immigrazione;
  • organismi e organizzazioni internazionali o intergovernativi operanti nel campo delle migrazioni inseriti nell’elenco pubblicato dal Ministero degli affari esteri;
  • università;
  • istituti di ricerca;
  • organismi di diritto privato senza fini di lucro;
  • Società cooperative e consortili;
  • organismi accreditati dalle singole regione o province autonome per lo svolgimento di attività di formazione professionale e servizi di lavoro;
  • operatori pubblici e privati accreditati dalle singole regioni;

Ogni soggetto può presentare una sola proposta progettuale ed è necessaria l’attestazione dell’adesione delle Rappresentanze diplomatiche italiane all’estero dei paesi nei quali si prevede l’attuazione del progetto.

Ogni singola attività oggetto del progetto dovrà essere dettagliatamente descritta, con specifica indicazione:

  • della durata dei singoli interventi;
  • delle metodologie ed i setting utilizzati;
  • delle azioni proposte;
  • del numero dei destinatari.

Gli interventi, a pena di inammissibilità, dovranno essere presentati in almeno 7 Paesi terzi in relazione alle principali comunità straniere presenti in Italia (Marocco, Albania, Cina, Ucraina, Filippine, India, Moldavia, Bangladesh, Egitto, Perù, Sri Lanka, Pakistan, Senegal, Tunisia, Ecuador, Nigeria e Macedonia).

Il numero dei destinatari non può essere inferiore a 5mila unità, si tratta di cittadini stranieri che si trovano nei paesi scelti dal progetto e che soddisfano i requisiti per l’ingresso in Italia per motivi di ricongiungimento familiare.

La domanda di ammissione può essere presentata attraverso la corretta compilazione della modulistica presente sul sito: https://fami.dlci.interno.it/fami/, a partire dalle ore 12;00 del giorno 28 novembre 2016 ed entro le ore 16;00 del 31 gennaio 2017.

Le attività progettuali saranno, invece, attivate, a partire dal giorno di avvio della comunicazione di avvenuta registrazione del decreto di approvazione della Convenzione di Sovvenzione e le stesse si concluderanno entro e non oltre il 31 marzo 2019.

Giuseppe Cassone


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    RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO: VALUTATO L’IMPEGNO INDIVIDUALE

    Permesso soggiorno: valutato impegno individuale | G11

    Il TAR per la Lombardia, con la Sentenza n. 1391/2016 ha chiarito che, ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, a causa dell’attuale crisi economica, va attentamente valutato l’impegno individuale mostrato nella ricerca di una regolare occupazione, entro un termine ragionevole, dal cittadino extracomunitario al fine di migliorare la propria situazione reddituale, presupposto indispensabile per il rinnovo.

    Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno accolto il ricorso presentato da una cittadina extracomunitaria che si era vista negare il rinnovo del permesso di soggiorno per l’assenza di un reddito adeguato (in particolare, aveva svolto in modo non continuativo l’attività di collaboratrice domestica, anche sulla base di rapporti non regolari).

    Secondo i giudici del TAR, in materia di immigrazione, le norme relative al rapporto tra gli stranieri e l’ordinamento statale devono essere interpretate alla luce dei principi di buona fede e di proporzionalità, considerando anche la difficoltà oggettiva che hanno i cittadini extracomunitari nell’inserirsi nel contesto sociale e lavorativo dello stato ospitante.

    A questa difficoltà si aggiunge anche l’attuale situazione di crisi economica in cui versa il nostro ordinamento, che rende sicuramente più difficile l’inserimento lavorativo di un cittadino straniero. Pertanto, ai fini del rinnovo del permesso di soggiorno, è opportuno considerare l’impegno individuale profuso da ogni singola persona nella ricerca e nel ritrovamento di una occupazione stabile dalla quale ricavare un reddito ai fini del miglioramento delle proprie condizioni.

    Nell’equilibrio tra produzione di reddito e impegno lavorativo è quest’ultimo ad avere un peso maggiore, allorché sia dimostrato il costante impegno dello straniero nella ricerca di un lavoro che sia adeguato alle proprie attitudini e capacità, e che sia trasparente, sia da un punto di vista fiscale che contributivo.

    Tale impegno individuale va, naturalmente considerato entro un termine ragionevole, in quanto non possono essere tutelate situazioni di precarietà che si dilatano indefinitivamente, indice di un disinteresse sostanziale mostrato dallo straniero.

    I giudici, precisano, infine, che tale principio lo si ricava anche normativamente, infatti gli articoli 5 e 22 del D.Lgs. 286/1998 consentono il rinnovo del permesso di soggiorno anche per quei cittadini extracomunitari in attesa di una occupazione e, quindi, anche nel caso in cui non sia da essi svolta alcuna attività lavorativa.

    Giuseppe Cassone


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      LAVORATORI STAGIONALI: LE NUOVE REGOLE PER I CITTADINI EXTRACOMUNITARI

      Nuove regole extracomunitari | G11

      A partire dal 24 novembre 2016 entrerà in vigore il Decreto legislativo n. 193 del 29 ottobre 2016, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 262 del 9 novembre 2016, che disciplina le condizioni di ingresso e di soggiorno dei cittadini extracomunitari per motivi di impiego in qualità di lavoratori stagionali.

      Allo straniero che, nel corso dei 5 anni precedenti e per impegni ripetitivi, ha fatto ingresso nel territorio nazionale per lo svolgimento di attività lavorativa stagionale, potrà essere rilasciato un permesso pluriennale fino a 3 annualità, indicando, specificatamente, il periodo di validità relativo ad ogni anno.

      È previsto l’obbligo, in capo ai datori di lavoro che intendano assumere lavoratori stranieri per lo svolgimento di attività stagionale, di presentare una richiesta nominativa allo sportello unico per l’immigrazione della provincia di residenza. Entro 20 giorni dalla presentazione della richiesta sarà rilasciato un nulla osta al lavoro, anche con valenza pluriennale, la cui durata sarà corrispondente a quella del lavoro stagionale oggetto di richiesta.

      Decorsi 20 giorni dalla data in cui è stata presentata la richiesta da parte del datore di lavoro e qualora non sia stato comunicato il diniego, il nulla osta si considera comunque rilasciato solo in presenza di una regolare assunzione e qualora lo stesso lavoratore straniero abbia già ricevuto una precedente autorizzazione (nel corso dei 5 anni precedenti).

      Al lavoratore in possesso del nulla osta è concesso lo svolgimento dell’attività lavorativa fino ad un massimo di 9 mesi nel periodo di un anno ed entro tale limite il permesso può essere prorogato.

      È possibile il rinnovo del permesso di soggiorno qualora lo straniero riceva una nuova offerta di lavoro stagionale da parte dello stesso o di altro datore di lavoro, senza che lo stesso sia costretto a ritornare nel proprio paese di origine per ottenere un nuovo visto da parte dell’autorità consolare.

      Quando il lavoratore beneficia di un alloggio che gli viene fornito direttamente dal datore di lavoro, quest’ultimo è tenuto a provare l’effettiva disponibilità e l’idoneità dello stesso, attraverso la presentazione di una idonea documentazione. Inoltre, il canone dell’alloggio non potrà essere superiore ad un terzo della retribuzione percepita dal lavoratore e non potrà essere da questa decurtato.

      Infine, il permesso di soggiorno per lavoro stagionale può essere convertito quando si verificano queste condizioni:

      • lo straniero ha svolto in Italia attività lavorativa per almeno tre mesi;
      • gli è stato offerto un contratto a tempo determinato o indeterminato.

      Giuseppe Cassone


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        PERMESSO DI SOGGIORNO PER ATTESA OCCUPAZIONE: I CHIARIMENTI MINISTERIALI

        Permesso di soggiorno per attesa occupazione | G11

        Il Ministero dell’Interno, dipartimento della Pubblica Sicurezza, con la circolare n. 40579 del 3 ottobre 2016, ha fornito puntuali indicazioni operative in relazione al rilascio e al rinnovo del permesso di soggiorno per attesa occupazione.

        L’art. 22, comma 11, del D.Lgs. n. 286/1998, prevede un termine di validità minima del permesso di soggiorno per attesa occupazione, infatti il lavoratore straniero, in possesso di un permesso di soggiorno per lavoro subordinato, in seguito alla perdita del posto di lavoro (anche per dimissioni) potrà essere iscritto nelle liste di collocamento per tutto il periodo di residua validità del permesso e comunque per un periodo non inferiore ad un anno.

        Pertanto, la durata minima di un anno non è subordinata al termine di residua validità del permesso di soggiorno per lavoro subordinato.

        La disposizione, prevedendo un termine di validità minima, non pone alcun limite all’eventuale rinnovo anche per periodi di tempo superiori, pertanto lo stesso può essere rinnovato anche nelle annualità successive alla prima concessione.

        Per garantire una corretta attuazione della norma, la pubblica amministrazione dovrà valutare una serie di elementi, tra cui la situazione complessiva del lavoratore, la sua eventuale pericolosità sociale, le convenzioni e gli accordi internazionali resi esecutivi in Italia (se esistenti) e soprattutto il diritto all’unità familiare.

        Proprio in riferimento al ricongiungimento familiare, ai fini della determinazione del reddito, potrà tenersi conto anche di quello annuo complessivo di tutti i familiari conviventi con il richiedente.

        Viene, infine, chiarito che l’accertamento del requisito del reddito minimo (art. 22, comma 11 TUI), può aver luogo anche sulla base di un giudizio prognostico, così come stabilito dalla sentenza del Consiglio di Stato n. 2730/2016.

        I Giudici di Palazzo Spada hanno, infatti, elencato una serie di elementi specifici (contratto a tempo indeterminato o determinato, full time o part time, etc.) dai quali sarà possibile per l’Amministrazione emettere un giudizio prognostico relativo all’eventuale reddito che lo straniero percepirà.

        Giuseppe Cassone


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          PRESTAZIONI SOCIALI PER STRANIERI: NON È NECESSARIA LA CARTA DI SOGGIORNO

          prestazioni sociali per stranieri senza carta di soggiorno

          La Corte di Cassazione e la Corte Costituzionale, con una serie di sentenze depositate tra il 2008 e il 2014, hanno chiarito che possono usufruire dell’indennità di accompagnamento, dell’assegno di invalidità e della pensione d’inabilità, tutti i cittadini stranieri titolari del permesso di soggiorno, indipendentemente se siano o meno in possesso della carta di soggiorno.

          In riferimento all’indennità di accompagnamento, la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 306 del 30 luglio 2008, ha chiarito che è illegittima l’esclusione dalla prestazione sociale dei cittadini extracomunitari che non siano in possesso della carta di soggiorno, la quale può essere attribuita solo se lo straniero è in possesso di specifici requisiti reddituali.

          Costituiva, inoltre, violazione del principio di uguaglianza (art. 3 della Costituzione) la previsione secondo la quale la fruizione della pensione di inabilità era subordinata al possesso della Carta di soggiorno e alla titolarità di un reddito, causando così una disparità di trattamento tra cittadini italiani e stranieri (Corte costituzionale, sentenza n. 11 del 23 gennaio 2009).

          La Corte Costituzionale ha, inoltre, chiarito (Sentenza n. 187 del 28 maggio 2010) che la richiesta dell’assegno di invalidità da parte del cittadino straniero non è subordinata al possesso della carta di soggiorno (e quindi al requisito della permanenza nel territorio dello stato da almeno 5 anni) proprio per la finalità della prestazione sociale, che è quella di garantire al soggetto un sostentamento, indipendentemente se esso sia italiano o straniero.

          Viene confermato anche con una successiva sentenza della Corte Costituzionale (n. 40/2013) che la titolarità della carta di soggiorno non costituisce più un requisito indispensabile ai fini della concessione sia dell’indennità di accompagnamento, che della pensione di inabilità.

          Di recente (26 novembre 2016) è intervenuta anche la Corte di Cassazione (Sentenza n. 26380/2016) sul tema del riconoscimento dell’assistenza sociale per i cittadini stranieri. Gli Ermellini hanno, infatti, ribadito che nella fruizione delle prestazioni sociali non deve esistere una disparità di trattamento tra cittadini italiani e stranieri.

          Pertanto, in virtù delle precedenti pronunce, la Corte di Cassazione, con la Sentenza n. 8069 del 7 aprile 2014, ha consentito ad una cittadina straniera, priva della carta di soggiorno e unica erede di una assistita Inps, la riscossione degli arretrati dell’indennità di accompagnamento di cui era titolare l’assistita.

          Giuseppe Cassone


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            ILLEGITTIMO IL CONTRIBUTO PER IL RILASCIO O IL RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

            Illegittimo il contributo per il permesso di soggiorno | G11

            Il Consiglio di Stato, in sede giurisdizionale, con la Sentenza n. 4487 del 26 ottobre 2016, ha dichiarato l’illegittimità del decreto interministeriale del 6 ottobre 2011, che stabilisce il versamento di un contributo da 80 a 200 euro a carico degli stranieri che intendano richiedere il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno.

            Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada respingono l’appello presentato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, dal Ministero dell’Interno e dal Ministero dell’Economia e delle Finanze contro l’annullamento del decreto interministeriale, disposto dal TAR del Lazio.

            In particolare, il decreto interministeriale oggetto di impugnativa aveva previsto i seguenti oneri contributivi per il rilascio e per il rinnovo dei permessi di soggiorno:

            – € 80,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore a tre mesi ed inferiore o pari ad un anno;

            – € 100,00 per i permessi di soggiorno di durata superiore ad un anno e inferiore o pari a due anni;

            – € 200,00 per il rilascio del permesso di soggiorno CE per soggiornanti di lungo periodo e per i richiedenti il permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 27, comma 1, lett. a), del Testo Unico immigrazione.

            I giudici amministrativi, hanno sottolineato che anche la Corte di Giustizia, con la sentenza del 2 settembre 2016, nel valutare complessivamente il sistema vigente in Italia per i contributi richiesti agli stranieri che intendono stabilizzarsi e richiedere il permesso UE per il lungo soggiorno, ha chiarito che “la direttiva 2003/109 osta ad una normativa nazionale, come quella controversa nel procedimento principale, che impone ai cittadini di paesi terzi che chiedono il rilascio o il rinnovo di un permesso di soggiorno nello Stato membro considerato di pagare un contributo di importo variabile tra € 80,00 ed € 200,00, in quanto siffatto contributo è sproporzionato rispetto alla finalità perseguita ed è atto a creare un ostacolo all’esercizio dei diritti conferiti da quest’ultima”.

            Pertanto, sulla base di questa decisione, il Consiglio di Stato ha chiarito che la disposizione che prevede il versamento dei contributi richiesti (che vanno da un minimo di 80 ad un massimo di 200 euro) va disapplicatain quanto costituenti nel loro complesso un ostacolo, per il loro importo eccessivamente elevato, ai diritti conferiti ai cittadini stranieri richiedenti i permessi UE di lungo soggiorno, con conseguente illegittimità del D.M.” (Consiglio di Stato, sent. n. 4487 del 26 ottobre 2016).

            Giuseppe Cassone


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              BONUS BEBÈ ANCHE PER CITTADINI EXTRACOMUNITARI REGOLARMENTE SOGGIORNANTI

              Bonus bebè per extracomunitari regolari | G11

              Il Tribunale di Bergamo, Sezione Lavoro, con l’ordinanza n. 4897 del 22 settembre 2016, ha stabilito che è discriminatoria la negazione del “bonus bebè” ai cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia, per il mancato possesso del permesso di soggiorno di lunga durata.

              Nel caso di specie, il Tribunale accoglie il ricorso presentato da alcuni cittadini extracomunitari regolarmente soggiornanti in Italia e con una certa stabilità, che si erano visti negare dall’Inps le domande, regolarmente presentate, per beneficiare del “bonus bebè” (articolo 1, comma 125, legge n. 190/2014).

              Il giudice di merito, ricordando la direttiva 2011/98/UE, precisa che i lavoratori stranieri beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello stato membro in cui soggiornano. L’obbligo che discende dalla direttiva, anche se non è stato ancora recepito in Italia, nonostante la scadenza dei termini, ha efficacia diretta e grava su tutti gli organi dello stato, comprese le pubbliche amministrazioni.

              Pertanto, costituisce una forma di discriminazione oggettiva subordinare il riconoscimento del bonus bebè al possesso del permesso di soggiorno di lungo periodo, creando così una palese disparità di trattamento tra cittadini stranieri e italiani e, qualora i cittadini stranieri siano anche lavoratori, costituirebbe anche violazione della direttiva 2011/98/UE.

              Viene, inoltre, precisato che sono considerati “stranieri lavoratori”, ai fini dell’applicazione della direttiva comunitaria, anche i soggetti titolari di permesso di soggiorno per motivi familiari, tale permesso, infatti, consente comunque lo svolgimento dell’attività lavorativa al suo titolare.

              Pertanto il permesso di soggiorno, non potendo essere collegato alla titolarità del soggiorno di lungo periodo, dovrà semplicemente possedere il requisito della legalità, che non fa riferimento alla condizione del soggiornante, ma alla sua effettività in senso sostanziale”.

              Giuseppe Cassone


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                QUANDO È LEGITTIMO IL DINIEGO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO UE

                Legittimità diniego del permesso di soggiorno | G11

                Il Consiglio di stato, con la sentenza n. 4084 del 4 ottobre 2016, ha affermato che è legittimo il rigetto della richiesta di rilascio di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, in assenza di valida documentazione utile a dimostrare l’effettiva disponibilità dell’alloggio dichiarato e sulla base di un sopraggiunto rapporto di lavoro che appare fittizio e finalizzato esclusivamente all’ottenimento del titolo di soggiorno.

                Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada respingono il ricorso presentato da un cittadino cinese a cui era stata respinta l’istanza volta ad ottenere il permesso UE per soggiornanti di lungo periodo.

                Secondo i giudici amministrativi l’assenza di un idoneo, stabile ed effettivo alloggio, di cui non viene offerta sufficiente e convincente prova (non viene prodotto alcun documento relativo a pagamenti delle utenze, delle spese condominiali o un contratto di locazione regolarmente registrato o un atto di acquisto dell’immobile) , è un elemento che ben può e deve l’Amministrazione porre a fondamento della sua valutazione in ordine all’effettivo inserimento sociale del richiedente il permesso di soggiorno nel territorio nazionale, a maggior ragione laddove si tratti di quello per soggiornanti di lungo periodo.

                Un ulteriore argomento su cui si fonda la decisione del Consiglio di Stato attiene al fatto che lo straniero non ha dimostrato di essere inserito in un contesto sociale, lavorativo e familiare stabile, tale da garantirgli i mezzi di sussistenza leciti, necessari al proprio sostentamento.

                Il contratto di lavoro prodotto, infatti, non può considerarsi valido quando esso è palesemente pretestuoso al rilascio del titolo di lungo periodo, contenendo dati inesistenti ed errati e facendo ritenere l’assunzione effettuata in concomitanza con il rinnovo del permesso di soggiorno, assolutamente non credibile e strumentale all’ottenimento del titolo richiesto.

                Inoltre, la mancata dimostrazione da parte del richiedente, in assenza di fonti di reddito effettive e lecite, delle modalità con le quali possa sostenere sé e la sua famiglia, non è sufficiente ai fini di una valutazione della situazione familiare e lavorativa, ai sensi dell’art. 5, comma5, del D.Lgs. 286 del 1998.

                Giuseppe Cassone


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                  PERMESSO DI SOGGIORNO GIÀ SCADUTO: QUANDO È POSSIBILE LA CONVERSIONE

                  Permesso di soggiorno scaduto e possibilità di conversione

                  Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3884 del 15 settembre 2016, ha affermato che è possibile la conversione del permesso di soggiorno stagionale in permesso di soggiorno per lavoro anche oltre la scadenza.

                  Ciò in quanto nessuna disposizione prevede esplicitamente la perentorietà dei termini previsti per il rinnovo e, dunque, tale considerazione deve essere estesa anche ai casi di conversione. Inoltre, in base all’art. 5 TUI, vanno considerati anche gli elementi sopravvenuti e vanno superate le irregolarità amministrative sanabili, come il mero dato cronologico.

                  Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada accolgono il ricorso presentato da un cittadino del Bangladesh a cui era stata negata la conversione del permesso di soggiorno stagionale in permesso per lavoro subordinato, diniego motivato dalla circostanza che il permesso per lavoro stagionale risultava scaduto al momento della presentazione della richiesta di conversione.

                  I giudici amministrativi hanno sottolineato che l’Amministrazione, come in un precedente caso (sentenza n. 5878 del 2015), ha negato la conversione del permesso di soggiorno per lavoro stagionale sulla base dei seguenti presupposti:

                  • si può chiedere la “conversione” di un permesso di soggiorno solo se il permesso è ancora in corso di ‘validità’, ossia prima della scadenza del medesimo;
                  • il termine così individuato si deve ritenere imposto a pena di decadenza.

                  Tuttavia, il carattere decadenziale del termine in questione non è affermato esplicitamente dalla legge ma  l’amministrazione ha ritenuto di poterlo desumere razionalmente dal sistema, invece, secondo i giudici, la supposta natura decadenziale del termine non appare coerente con il sistema, dato che quest’ultimo, all’art. 5, comma 5, del t.u., impone di tenere in considerazione, in favore del rilascio del permesso di soggiorno, gli “elementi sopravvenuti” e insieme vieta di considerare preclusive le “irregolarità amministrative sanabili”.

                  Dunque, sulla base di queste disposizioni, non ci sono termini decadenziali basati esclusivamente sul dato cronologico.

                  Ne consegue che, l’Amministrazione, nel decidere sulla conversione del permesso di soggiorno scaduto, deve tenere in considerazione anche gli elementi sopravvenuti nonché superare le irregolarità amministrative sanabili, quale deve essere considerato il mero dato cronologico.

                  Giuseppe Cassone


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                  REATO DI TRUFFA: LEGITTIMO IL DINIEGO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

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                    CONFERMATO IL CONTRIBUTO PER I PERMESSI DI SOGGIORNO

                    Contributo permessi di soggiorno

                    Il Ministero dell’interno, con la nota n. 38650 del 16 settembre 2016, ha precisato che, in attesa che il Consiglio di Stato si pronunci definitivamente sulla legittimità o meno del contributo richiesto per il rilascio ed il rinnovo del permesso di soggiorno, lo straniero è tenuto a versarlo.

                    Il TAR del Lazio, con la sentenza n. 6095 del 24 maggio 2016, ha disposto l’annullamento del decreto interministeriale del 6 ottobre 2011, che stabilisce il versamento di un contributo da 80 a 200 euro a carico degli stranieri che intendano richiedere il rinnovo o il rilascio del permesso di soggiorno.

                    Più precisamente, i cittadini stranieri con età superiore a 18 anni, in sede di richiesta di rilascio, dovranno versare:

                    • un contributo di 80 euro, se si tratta di primo ingresso in Italia, o di rinnovo (per coloro che sono già regolarmente soggiornanti nel nostro Paese) del permesso di soggiorno di durata da tre mesi ad un anno;
                    • un contributo di 100 euro, se si tratta di permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni;
                    • un contributo di 200 euro per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) e per i richiedenti il permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 27, comma 1, lett. a), del Testo Unico immigrazione.

                    Inoltre, quando lo straniero richiede il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno dovrà sostenere ulteriori oneri:

                    • 30,46 euro per il permesso di soggiorno elettronico;
                    • 16 euro per la marca da bollo;
                    • 30 euro per il servizio di spedizione per assicurata del kit presso le Poste Italiane.

                    Contro detta sentenza è stato proposto ricorso d’innanzi al Consiglio di Stato, che con decreto presidenziale 14/09/2016 n. 3903, accogliendo l’istanza cautelare, ha sospeso l’esecutività della sentenza del TAR del Lazio, fissando la trattazione collegiale della domanda cautelare nella camera di consiglio il prossimo 13 ottobre.

                    Secondo il Ministero dell’Interno, sino alla predetta data, il rinnovo o il rilascio dei permessi di soggiorno è subordinato al pagamento da parte dello straniero del contributo da 80 a 200 euro.

                    Sono inoltre tenuti a detto versamento anche i cittadini stranieri che hanno inoltrato istanza di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno prima del 14 settembre 2016 e per la quale non hanno ancora ricevuto l’autorizzazione.

                    Giuseppe Cassone


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