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QUANDO È LEGITTIMO IL DINIEGO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO UE

Legittimità diniego del permesso di soggiorno | G11

Il Consiglio di stato, con la sentenza n. 4084 del 4 ottobre 2016, ha affermato che è legittimo il rigetto della richiesta di rilascio di permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, in assenza di valida documentazione utile a dimostrare l’effettiva disponibilità dell’alloggio dichiarato e sulla base di un sopraggiunto rapporto di lavoro che appare fittizio e finalizzato esclusivamente all’ottenimento del titolo di soggiorno.

Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada respingono il ricorso presentato da un cittadino cinese a cui era stata respinta l’istanza volta ad ottenere il permesso UE per soggiornanti di lungo periodo.

Secondo i giudici amministrativi l’assenza di un idoneo, stabile ed effettivo alloggio, di cui non viene offerta sufficiente e convincente prova (non viene prodotto alcun documento relativo a pagamenti delle utenze, delle spese condominiali o un contratto di locazione regolarmente registrato o un atto di acquisto dell’immobile) , è un elemento che ben può e deve l’Amministrazione porre a fondamento della sua valutazione in ordine all’effettivo inserimento sociale del richiedente il permesso di soggiorno nel territorio nazionale, a maggior ragione laddove si tratti di quello per soggiornanti di lungo periodo.

Un ulteriore argomento su cui si fonda la decisione del Consiglio di Stato attiene al fatto che lo straniero non ha dimostrato di essere inserito in un contesto sociale, lavorativo e familiare stabile, tale da garantirgli i mezzi di sussistenza leciti, necessari al proprio sostentamento.

Il contratto di lavoro prodotto, infatti, non può considerarsi valido quando esso è palesemente pretestuoso al rilascio del titolo di lungo periodo, contenendo dati inesistenti ed errati e facendo ritenere l’assunzione effettuata in concomitanza con il rinnovo del permesso di soggiorno, assolutamente non credibile e strumentale all’ottenimento del titolo richiesto.

Inoltre, la mancata dimostrazione da parte del richiedente, in assenza di fonti di reddito effettive e lecite, delle modalità con le quali possa sostenere sé e la sua famiglia, non è sufficiente ai fini di una valutazione della situazione familiare e lavorativa, ai sensi dell’art. 5, comma5, del D.Lgs. 286 del 1998.

Giuseppe Cassone


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TESTAMENTO: LA LEGITTIMA

Testamento: andare contro la legittima

È notizia di questi giorni la pubblicazione del testamento di Bernardo Caprotti, patron di Esselunga recentemente scomparso. Il testo, reso pubblico, delinea le volontà ed i desiderata del grande imprenditore italiano e, per quanto concerne l’attivo ereditario (cd. relictum) i beneficiari, familiari e non. E difatti tra i beneficiari trovano spazio oltre ai familiari, la segretaria personale e, per alcune opere d’arte, musei e pinacoteche.

Molti sapranno che l’imprenditore brianzolo aveva in corso da anni un aspro contenzioso con i figli di primo letto Violetta e Giuseppe giunto sino al giudizio della Corte di Cassazione.

Ed è proprio in ordine a questi aspetti che la lettura del testamento diventa interessante; la volontà del de cuius contro ciò che la legge impone (comunque ed anche contro la volontà del testatore) di riservare a determinate categorie di eredi.

Stiamo parlando dell’istituto della legittima, ovvero di quella norma (articolo 536 Codice Civile) che dispone, a favore di determinate persone, “una quota di eredità o altri diritti nella successione”.

Questa norma dispone una tutela a favore di tre categorie di soggetti:

  • il coniuge
  • i figli (ed i loro discendenti in mancanza dei figli)
  • gli ascendenti

e di converso un forte limite all’autonomia ed alla volontà del disponente.

In altre parole in presenza di queste categorie di soggetti (cd. legittimari) il testatore può disporre liberamente e secondo la sua volontà solo di una parte del suo patrimonio perché una parte è riservata comunque e per legge a queste categorie di soggetti protetti.

Vediamo quali sono in concreto le quote che la legge riserva agli eredi legittimi nelle varie situazioni che si possono presentare:

  1. esistono soltanto i figli: se chi muore lascia soltanto un figlio, legittimo o naturale, a questi spetta la metà del patrimonio del defunto; se lascia più di un figlio, a loro spettano due terzi da dividere in parti uguali. In questi casi la quota disponibile è rispettivamente di ½ (un figlio) o di 1/3 (più figli).
  2. esiste soltanto il coniuge: se chi muore lascia soltanto il coniuge a questi spetta la metà del patrimonio del defunto (oltre il diritto di abitazione sulla casa adibita a residenza familiare e di uso sui mobili che la corredano, se di proprietà del defunto o comuni). In questo caso la quota disponibile è 1/2.
  3. Esistono il coniuge ed un figlio: se chi muore lascia, oltre al coniuge, un solo figlio (legittimo o naturale), a questi spettano un terzo ciascuno del patrimonio del defunto. In questo caso la quota disponibile è 1/3.
  4. Esistono il coniuge e più di un figlio: se chi muore lascia, oltre al coniuge, più di un figlio (legittimo o naturale), a questi ultimi spetta la metà del patrimonio del defunto ed al coniuge la quota di ¼. In questo caso la quota disponibile è 1/4.
  5. Esistono soltanto gli ascendenti: se chi muore non lascia figli ma soltanto ascendenti legittimi (cioè genitori o in mancanza nonni oppure bisnonni), a favore di questi è riservato 1/3 del patrimonio del defunto. In questo caso la quota disponibile è 2/3.

Un caso particolare che talvolta ingenera confusione è quello dei diritti del coniuge separato; a questi infatti (a differenza di ciò che si può credere) la legge attribuisce gli stessi diritti del coniuge non separato. Pertanto per escludere il coniuge separato dai diritti di legittima che la legge gli riserva occorre che intervengo il divorzio.

Da ultimo analizziamo come si calcola l’attivo ereditario sul quale si innescano le tutele di legge sin qui esaminate.

La massa ereditaria sulla quale calcolare le quote di legittima è formata:

  • da tutti i beni appartenenti al defunto alla data di apertura della successione (relictum);
  • meno i debiti ereditari (siano essi preesistenti alla data della morte siano essi derivanti dalla morte stessa come ad esempio le spese funerarie);
  • più le donazioni compiute in vita da de cuius (donatum) e ciò indipendentemente dal soggetto beneficiario. in questo caso la valorizzazione deve essere fatta con riferimento al valore alla data di apertura della successione.

Fatta questa operazione matematica ovvero: relictum-debiti+donatum abbiamo l’esatta quota di patrimonio sulla quale calcolare le quote di legittima e di disponibile.

Un’ultima precisazione, nel cd. relictum non rientrano beni e diritti che sorgono autonomamente a seguito del decesso ma che non trovano la loro origine nella successione (ad esempio il diritto che si acquisisce quale beneficiario di una polizza assicurativa è un diritto iure proprio e non per successione e pertanto non rientra nell’attivo ereditario.

Da qui due riflessioni.

La prima è che delineato questo scenario normativo è ben comprensibile il fine lavoro di cesello che Bernardo Caprotti ed i suoi consulenti devono avere fatto per fare coincidere le volontà dell’imprenditore con i limiti ed i vincoli sin qui visti che la legge comunque impone.

La seconda considerazione di carattere più squisitamente pratico è che la pianificazione in vita dell’allocazione dei propri asset è attività che trova forti limiti e vincoli normativi, tanto è possibile fare ma improvvisare può costare caro e soprattutto invalidare le volontà (che a mio modesto avviso sono fondamentali) di chi lascia i propri beni.

In un prossimo intervento analizzeremo quali sono le azioni a tutela dei soggetti cd. legittimari in caso di violazione delle norme sin qui esaminate.

Paolo Omar Annaccarato


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PERMESSO DI SOGGIORNO GIÀ SCADUTO: QUANDO È POSSIBILE LA CONVERSIONE

Permesso di soggiorno scaduto e possibilità di conversione

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3884 del 15 settembre 2016, ha affermato che è possibile la conversione del permesso di soggiorno stagionale in permesso di soggiorno per lavoro anche oltre la scadenza.

Ciò in quanto nessuna disposizione prevede esplicitamente la perentorietà dei termini previsti per il rinnovo e, dunque, tale considerazione deve essere estesa anche ai casi di conversione. Inoltre, in base all’art. 5 TUI, vanno considerati anche gli elementi sopravvenuti e vanno superate le irregolarità amministrative sanabili, come il mero dato cronologico.

Nel caso di specie, i giudici di Palazzo Spada accolgono il ricorso presentato da un cittadino del Bangladesh a cui era stata negata la conversione del permesso di soggiorno stagionale in permesso per lavoro subordinato, diniego motivato dalla circostanza che il permesso per lavoro stagionale risultava scaduto al momento della presentazione della richiesta di conversione.

I giudici amministrativi hanno sottolineato che l’Amministrazione, come in un precedente caso (sentenza n. 5878 del 2015), ha negato la conversione del permesso di soggiorno per lavoro stagionale sulla base dei seguenti presupposti:

  • si può chiedere la “conversione” di un permesso di soggiorno solo se il permesso è ancora in corso di ‘validità’, ossia prima della scadenza del medesimo;
  • il termine così individuato si deve ritenere imposto a pena di decadenza.

Tuttavia, il carattere decadenziale del termine in questione non è affermato esplicitamente dalla legge ma  l’amministrazione ha ritenuto di poterlo desumere razionalmente dal sistema, invece, secondo i giudici, la supposta natura decadenziale del termine non appare coerente con il sistema, dato che quest’ultimo, all’art. 5, comma 5, del t.u., impone di tenere in considerazione, in favore del rilascio del permesso di soggiorno, gli “elementi sopravvenuti” e insieme vieta di considerare preclusive le “irregolarità amministrative sanabili”.

Dunque, sulla base di queste disposizioni, non ci sono termini decadenziali basati esclusivamente sul dato cronologico.

Ne consegue che, l’Amministrazione, nel decidere sulla conversione del permesso di soggiorno scaduto, deve tenere in considerazione anche gli elementi sopravvenuti nonché superare le irregolarità amministrative sanabili, quale deve essere considerato il mero dato cronologico.

Giuseppe Cassone


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CONFERMATO IL CONTRIBUTO PER I PERMESSI DI SOGGIORNO

Contributo permessi di soggiorno

Il Ministero dell’interno, con la nota n. 38650 del 16 settembre 2016, ha precisato che, in attesa che il Consiglio di Stato si pronunci definitivamente sulla legittimità o meno del contributo richiesto per il rilascio ed il rinnovo del permesso di soggiorno, lo straniero è tenuto a versarlo.

Il TAR del Lazio, con la sentenza n. 6095 del 24 maggio 2016, ha disposto l’annullamento del decreto interministeriale del 6 ottobre 2011, che stabilisce il versamento di un contributo da 80 a 200 euro a carico degli stranieri che intendano richiedere il rinnovo o il rilascio del permesso di soggiorno.

Più precisamente, i cittadini stranieri con età superiore a 18 anni, in sede di richiesta di rilascio, dovranno versare:

  • un contributo di 80 euro, se si tratta di primo ingresso in Italia, o di rinnovo (per coloro che sono già regolarmente soggiornanti nel nostro Paese) del permesso di soggiorno di durata da tre mesi ad un anno;
  • un contributo di 100 euro, se si tratta di permessi di soggiorno di durata superiore a un anno e inferiore o pari a due anni;
  • un contributo di 200 euro per il rilascio del permesso di soggiorno Ce per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) e per i richiedenti il permesso di soggiorno ai sensi dell’articolo 27, comma 1, lett. a), del Testo Unico immigrazione.

Inoltre, quando lo straniero richiede il rilascio o il rinnovo del permesso di soggiorno dovrà sostenere ulteriori oneri:

  • 30,46 euro per il permesso di soggiorno elettronico;
  • 16 euro per la marca da bollo;
  • 30 euro per il servizio di spedizione per assicurata del kit presso le Poste Italiane.

Contro detta sentenza è stato proposto ricorso d’innanzi al Consiglio di Stato, che con decreto presidenziale 14/09/2016 n. 3903, accogliendo l’istanza cautelare, ha sospeso l’esecutività della sentenza del TAR del Lazio, fissando la trattazione collegiale della domanda cautelare nella camera di consiglio il prossimo 13 ottobre.

Secondo il Ministero dell’Interno, sino alla predetta data, il rinnovo o il rilascio dei permessi di soggiorno è subordinato al pagamento da parte dello straniero del contributo da 80 a 200 euro.

Sono inoltre tenuti a detto versamento anche i cittadini stranieri che hanno inoltrato istanza di rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno prima del 14 settembre 2016 e per la quale non hanno ancora ricevuto l’autorizzazione.

Giuseppe Cassone


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RINNOVO PERMESSO DI SOGGIORNO: LEGITTIMO IL DINIEGO MOTIVATO DA CONDANNA

diniego permesso di soggiorno per condanna | G11

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 3841 del 9 settembre 2016, ha sancito la legittimità del diniego del permesso di soggiorno per lavoro autonomo in seguito alla condanna per detenzione illecita ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti a causa del grave disvalore che il legislatore attribuisce ai reati in questione ai fini della tutela della sicurezza pubblica.

Nel caso di specie, i Giudici di Palazzo Spada, respingono il ricorso presentato da un extracomunitario a cui non era stato rinnovato il permesso di soggiorno per una condanna ricevuta dopo aver occultato una cospicua somma di denaro e involucri di cocaina ed eroina all’interno della propria abitazione.

Per il Consiglio di Stato, le condanne dell’extracomunitario in materia di stupefacenti sono automaticamente ostative al rilascio o al rinnovo del permesso di soggiorno, qualunque sia la pena detentiva riportata dal condannato e non rilevando la concessione della sospensione condizionale, e ciò per il grave disvalore che il legislatore attribuisce, ‘a monte’, ai reati in questione ai fini della tutela della sicurezza pubblica.

In presenza di tali condanne, non residua alcuna sfera di discrezionalità in capo all’Amministrazione, che è obbligata a dare immediata applicazione al disposto normativo.

L’automatismo viene meno, invece, quando sussistono i presupposti indicati dall’art. 5, co. 5, TUI, il quale prevede che nell’adottare il provvedimento di rifiuto di rilascio, revoca o diniego di rinnovo del permesso di soggiorno dello straniero che ha esercitato il ricongiungimento familiare ovvero del familiare ricongiunto, si tiene anche conto della natura e della effettività dei vincoli familiari dell’interessato e dell’esistenza di legami familiari e sociali con il suo Paese d’origine, nonché, per lo straniero già in Italia, anche della durata del suo soggiorno nel territorio nazionale.

La p.a. ha correttamente operato sia il bilanciamento tra l’interesse del ricorrente a restare in Italia con la moglie e i due figli e quello pubblico a negargli il rinnovo del permesso di soggiorno, in considerazione della gravità del reato dallo stesso commesso, sia il giudizio di prevalenza del secondo sul primo.

Pertanto, per i giudici, il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno risulta coerente con la ratio delle disposizioni sull’immigrazione che, accanto alla verifica dell’idoneità dello straniero ad inserirsi in un sano contesto socio economico, prendono anche in primaria considerazione le esigenze di tutelare l’ordine e la sicurezza pubblica.

Giuseppe Cassone


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VISTO PER LAVORO AUTONOMO: MINIMO REDDITUALE E PREGRESSA ESPERIENZA

Diniego visto lavoro autonomo | G11

Il Tar del Lazio, con la sentenza n. 9494 del 2 settembre 2016, ha affermato che è legittimo il diniego di visto di ingresso per lavoro autonomo nel caso in cui l’interessato non dimostri di possedere i requisiti economici minimi e non abbia sufficiente esperienza manageriale nel settore economico prescelto.

Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato da una cittadina cinese con il quale la stessa chiedeva l’annullamento del diniego di visto di ingresso per lavoro autonomo adottato dal Consolato generale d’Italia.

I giudici sottolineano che, in riferimento alla situazione reddituale, il reddito percepito da fonti lecite deve essere sufficiente a garantire l’esenzione dalla partecipazione alla spesa sanitaria, pertanto il minimo imposto per consentire l’ingresso sul territorio nazionale dei cittadini extracomunitari per motivi di lavoro autonomo è di 8400 euro, così come fissato dall’art. 26, comma 3, del D.Lgs. n. 286 del 1998.

In secondo luogo, quanto al requisito della pregressa esperienza lavorativa, deve rilevarsi che tale requisito è imposto dai decreti flussi che, annualmente, stabiliscono le quote massime di stranieri extracomunitari da ammettere nel territorio dello Stato.

In particolare, è consentito l’accesso ad un numero limitato di stranieri, appartenenti, tra l’altro, alla categoria degli “imprenditori”.

Quindi, il riferimento a tale categoria (relativo, cioè a soggetti economici connotati dalla professionalità) comporta che l’attività imprenditoriale deve essere già stata svolta dal richiedente in modo abituale e continuativo nel Paese d’origine, dal momento che solo una pregressa esperienza lavorativa significativa, apprezzabile, necessariamente continuativa può indurre a ritenere esistente la concreta idoneità dello straniero a trapiantare la medesima attività in un altro, dato che sembra improbabile che lo straniero, che non abbia mai svolto tale attività nel paese d’origine, possa avviarla con successo in un altro Stato.

Giuseppe Cassone


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REDDITO INSUFFICIENTE: DINIEGO DI RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

 

Diniego rinnovo documento di soggiorno G11

Il Tar del Veneto, con la sentenza n. 957 del 9 agosto 2016, ha affermato che è legittimo il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno quando il reddito è insufficiente, in quanto occorre evitare che lo straniero, privo dei mezzi indispensabili per poter vivere in maniera dignitosa, possa dedicarsi ad attività illecite o criminose o, comunque, gravare sul pubblico erario, in quanto indigente.

Nel caso di specie, i giudici amministrativi hanno respinto il ricorso presentato da un cittadino marocchino soggiornante in Italia il quale chiedeva l’annullamento del provvedimento di rigetto dell’istanza di rinnovo del permesso di soggiorno per carenza dei mezzi di sussistenza.

Tra i requisiti richiesti per il rilascio e/o il rinnovo del permesso di soggiorno è inclusa, ai sensi dell’art. 4, co. 3, TUI, la disponibilità da parte dello straniero di mezzi di sussistenza sufficienti per la durata del soggiorno, la cui sufficienza viene positivamente valutata quando lo straniero produce annualmente un reddito almeno pari al minimo di pensione sociale.

Pertanto, l’autorità di pubblica sicurezza, quando vi siano fondate ragioni, richiede agli stranieri informazioni e atti comprovanti la disponibilità di un reddito, da lavoro o da altra fonte legittima, sufficiente al sostentamento proprio e dei familiari conviventi nel territorio dello Stato.

La ratio di dette disposizioni è volta ad assicurare che lo straniero autorizzato a soggiornare in Italia, abbia i mezzi indispensabili per poter vivere in maniera dignitosa, senza dedicarsi ad attività illecite o criminose, nonché ad evitare lo stabile inserimento nella collettività di soggetti che non offrano un’adeguata contropartita in termini di partecipazione fiscale alla spesa pubblica e, soprattutto, che finiscano per gravare sul pubblico erario come beneficiari di assegno sociale, in quanto indigenti.

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PERMESSO DI SOGGIORNO ED EMERSIONE DAL LAVORO IRREGOLARE

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 287 del 24 gennaio 2017 ha chiarito che, nell’ipotesi in cui... leggi tutto

SEPARAZIONE DI FATTO: IL DIRITTO DI CITTADINANZA NON SI PERDE

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 969 del 17 gennaio 2017 ha chiarito che il diritto di... leggi tutto

LE NUOVE REGOLE PER I TRASFERIMENTI INTRA-SOCIETARI

L’11 gennaio 2017 sono entrate in vigore le nuove regole in materia di ingresso e di soggiorno di lavoratori... leggi tutto

INDENNITÀ DI FREQUENZA ANCHE AI TITOLARI DI PERMESSO DI SOGGIORNO

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 27557 del 30 dicembre 2016, ha affermato che sussiste il diritto... leggi tutto

DECRETO MILLEPROROGHE: ANCORA VIETATA L’AUTOCERTIFICAZIONE AGLI STRANIERI

Il decreto legge n. 244/2016 (cd. decreto Milleproproghe), pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 30 dicembre 2016, ha prorogato di... leggi tutto

REATO DI TRUFFA: LEGITTIMO IL DINIEGO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

Il Consiglio di Stato, con la sentenza n. 5014 del 28 novembre 2016, ha affermato che è legittimo il... leggi tutto


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LAVORATORI EXTRA UE: I CHIARIMENTI DEL MINISTERO

Lavoratori extra UE ed asilo politico G11

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali, con nota prot. 14751 del 16 luglio 2016, torna ad occuparsi di impiego di lavoratori extra UE, fornendo al proprio personale ispettivo, le indicazioni necessarie a valutare il rapporto di lavoro in corso con lavoratori stranieri o apolidi che siano in possesso di una richiesta di protezione internazionale o asilo politico.

Per rifugiato occorre definire qualsiasi cittadino di un Paese non appartenente all’Unione Europea il quale, per il timore fondato di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o opinione politica, si trova fuori dal territorio del Paese di cui ha la cittadinanza e non può a causa di tale timore, non vuole avvalersi della protezione di tale Paese, ovvero se apolide si trova fuori dal territorio nel quale aveva precedentemente la dimora abituale e per lo stesso timore non vuole farvi ritorno, ferme le cause di esclusione previste dall’art.10 del decreto legislativo 19 novembre 2007, n.251.

Il permesso di soggiorno per richiesta di asilo consente al lavoratore straniero o apolide di espletare attività lavorativa decorsi 60 giorni dalla presentazione della domanda di protezione, anche nel caso in cui il relativo procedimento non si sia concluso, purché il ritardo non sia ascrivibile al richiedente. Naturalmente tale ricevuta non consente allo straniero di chiedere la conversione del permesso di soggiorno provvisorio in permesso di soggiorno per lavoro subordinato. Questo perché la situazione dello straniero non è ancora definita.

Gli ispettori del lavoro durante gli accessi ispettivi devono acquisire da parte del cittadino straniero la ricevuta di verbalizzazione della domanda di protezione internazionale, calcolando il termine dei 60 giorni dalla data di rilascio.

Nel caso concernente la fattispecie in cui gli ispettori del lavoro nel corso dell’espletamento degli accessi ispettivi si trovano dinanzi a lavoratori in possesso della ricevuta di verbalizzazione della domanda ma in cui il datore di lavoro non ha proceduto nella comunicazione preventiva di assunzione sarà applicata la maxi sanzione, mentre non potrà ritenersi integrata la fattispecie penale di occupazione di lavoratori clandestini.

Negli altri casi, il personale ispettivo applicherà le medesime procedute previste in caso di irregolare occupazione di cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno, ivi compreso il coinvolgimento delle forze dell’ordine per la verifica della posizione dei cittadini stranieri, diffidando il lavoratore straniero che non può essere considerato occupabile.

Giuseppe Cassone


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PROTEZIONE INTERNAZIONALE E IMMIGRAZIONE ILLEGALE: LE MISURE URGENTI DEL GOVERNO

Nella riunione del 10 febbraio 2017, il Consiglio dei ministri ha approvato un decreto legge avente ad oggetto disposizioni... leggi tutto

LA COMMISSIONE DEI REATI È OSTATIVA AL RINNOVO DEL PERMESSO DI SOGGIORNO

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IL DOPO DI NOI E’ LEGGE

Assistenza disabili privi di sostegno | G11

Sulla Gazzetta Ufficiale n. 146 del 24 giugno 2016 è stata pubblicata la Legge 112/2016 avente ad oggetto “disposizioni in materia di assistenza in favore delle persone con disabilità grave prive del sostegno familiare”.

Questa Legge, nel linguaggio comune chiamata “legge sul dopo di noi”,  costituisce un primo importante tassello di un impianto normativo di tutela di figure particolarmente deboli o disagiate che però necessita, a parere dello scrivente, di ulteriori implementazioni.

Accogliamo comunque con favore questo primo importante passo e scopo di questo articolo è analizzare i tratti salienti della normativa.

Intanto analizziamo i destinatari delle misure di sostegno previste dalla normativa.

Destinatari della norma sono le persone con disabilità grave come definita ed accertata dalla Legge 104/1992 con due modalità “temporali”, coloro i quali necessitano di un’immediata assistenza  in quanto già privi di genitori in grado di supportarli e coloro i quali vogliono programmare il momento in cui il supporto familiare verrà a mancare.

Anche gli ambiti di intervento si sviluppano in due precise direzioni, una, in attuazione alle finalità generali, verrà attuata dalle Regioni finanziate da un apposito fondo istituito dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali per  interventi ed iniziative da effettuare sul territorio.

L’altro ambito di intervento, che poi è quello che interessa questo intervento, è il pacchetto di agevolazioni che consentono il ricorso a strumenti di gestione e protezione del patrimonio destinato ad essere utilizzato “dopo di noi” per fare fronte alle esigenze dei soggetti afflitti da grave disabilità come individuati dalla norma.

Istituto centrale per l’attuazione delle finalità della norma è il trust, strumento non tipico del nostro ordinamento che trova un’importante legittimazione, se ve ne era bisogno, proprio con questa normativa.

Cosa è il trust in due parole: è uno strumento con il quale un soggetto (disponente) trasferisce la proprietà di uno o più beni ad un altro soggetto (trustee) che ne assume il controllo e la disponibilità per gestirli e perseguire le finalità a favore del/dei beneficiari così come stabilite dal disponente. Caratteristica principale quindi è il trasferimento della proprietà dei beni ad un soggetto terzo, caratteristica che sicuramente sotto l’aspetto psicologico ha frenato iin passato molte operazioni di questo tipo.

Analizzando le agevolazioni previste dalla norma in commento possiamo osservare come il Legislartore abbia stabilito una serie di importanti agevolazioni di natura fiscale così sinteticamente riassumibili in:

  • imposta di registro, ipotecarie e catastali in misura fissa in relazione al trasferimento di beni e diritti,
  • esenzione imposta di bollo;
  • esenzione imposta sulle successioni e donazioni;
  • possibilità di agevolazioni in materia di fiscalità locale (franchigie o esenzioni imu/tasi);

Condizione necessaria per godere di queste agevolazioni è che l’istituzione e la gestione del trust realizzato per la tutela di soggetto affetta da grave disabilità sia rispettoso di tutte le prescrizioni previste dalla normativa ovvero:

  • istituzione per atto pubblico con beneficiari soggetti con i requisiti previsti dalla norma;
  • identificazione dei soggetti coinvolti, dei ruoli, dei bisogni specifici del disabile, delle attività previste per il raggiungimento dell’obiettivo a base dell’istituzione dello strumento;
  • identificazione degli obblighi del trustee con particolare riguardo al perseguimento degli obiettivi posti  ed al progetto di assistenza;
  • specifiche e precise modalità di rendicontazione del trustee;
  • identificazione del soggetto “cd. protector” ovvero del soggetto a cui è demandato il controllo delle attività del trustee;
  • termine finale di durata del trust coincidente con la vita del soggetto beneficiario;
  • individuazione, già in sede di costituzione, della destinazione dell’eventuale patrimonio residuo.

Nella sua versione definitiva la norma ha poi esteso le agevolazioni anche all’utilizzo di altri strumenti quali:

  • erogazioni da parte di soggetti privati;
  • stipula polizze assicurative;
  • costituzione di vincoli di destinazione con contratto di affidamento fiduciario anche a favore di onlus di utilità sociale.

A chiosa possiamo dire che la norma è complessa così come rigorose sono le molte condizioni da rispettare ma in realtà qualsiasi azione deve essere necessariamente studiata e condivisa nell’ambito familiare di riferimento in quanto per necessità così importanti gli strumenti “pre-confezionati” non sono certamente idonei allo scopo (siano essi agevolati o meno).

Paolo Omar Annaccarato


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TESTAMENTO: LA LEGITTIMA

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SISTEMA FINANZIARIO: RISCHI PER I RISPARMIATORI

Dopo i recenti casi balzati agli onori della cronaca (Banca Marche, Etruria, CariFerrara e CariChieti) e soprattutto con il... leggi tutto


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IL COLLABORATORE È UNA RISORSA DA COINVOLGERE NELLE SCELTE AZIENDALI

Collaboratore risorsa scelte aziendali G11

Ottimizzare i costi non vuol dire necessariamente guardare i numeri e ridurre le risorse umane presenti all’interno dell’azienda o sfoltire gli elementi retributivi aggiuntivi rispetto quelli contrattuali.

Ottimizzare i costi, vuol dire applicare una strategia.

Se ci limitiamo a lavorare con i numeri in modo freddo e matematico, ci troveremo a dover fare i conti con qualcosa di diverso.

Ci troveremo di fronte a delle situazioni causate da reazioni (ai nostri occhi immotivate e irrazionali) causate dai collaboratori che tutto d’un tratto incominceranno a diminuire la loro produttività, ad essere svogliati, a lamentarsi dei vertici e dell’organizzazione aziendale.

E spesso davanti ad una situazione di questo genere, cosa succede?

Succede che ci facciamo travolgere da questo fiume in piena.

Come imprenditori ci lamenteremo a nostra volta dei collaboratori.

Punteremo il dito contro di loro dicendo che non capiscono i sacrifici fatti dalla proprietà e le difficoltà quotidiane per mandare avanti la baracca.

Quello che dobbiamo fare è cercare di stare lontani da questa situazione perché uscirne, una volta innescata la miccia, richiede uno sforzo non indifferente.

È importante quindi fermarsi e pensare.

Dobbiamo imparare ad essere dei fogli bianchi e ragionare in un modo diverso.

Occorre guardare i collaboratori, non come un costo, ma come una risorsa con cui condividere un progetto e da cui attingere energia positiva.

Un collaboratore motivato è un collaboratore produttivo.

E se la matematica non è un’opinione, vuol dire che, per far tornare i conti, oltre che tagliare i costi, possiamo fare in modo che la nostra produttività in capo ad ogni singolo collaboratore aumenti.

In questo modo otterremo lo stesso risultato orientando il team verso un obiettivo condiviso:

tenere, tutti insieme, in piedi la baracca.

Ci si allontana quindi da discorso “noi” (direzione) e “loro” (collaboratori) ma ci si vede come una squadra che lascia alle spalle i propri ruoli orientando energie, risorse, specializzazioni, capacità, attitudini (e chi più ne ha, più ne metta) rivolte ad un obiettivo comune e condiviso.

Se questa strategia si considera idonea, cosa bisogna mettere in atto per poterla attuare?

Sicuramente una comunicazione aperta, trasparente e positiva per poi passare al coinvolgimento, alla motivazione e quindi alla pianificazione e all’azione.

Possiamo essere carichi e motivati ma, se poi non siamo capaci di focalizzare l’energia verso un obiettivo chiaro e non sappiamo mettere in atto delle azioni orientate al nostro risultato, la motivazione, così come viene alimentata velocemente all’inizio, in mancanza di risultati, si sgonfierà altrettanto in fretta.

Quindi valutiamo cosa ci serve per raggiungere il nostro obiettivo.:

  • di quali risorse abbiamo bisogno?
  • come possiamo procurarcele?
  • qual è la prima azione da svolgere?
  • e la seconda, la terza..?
  • come faremo a sapere se stiamo andando nella direzione giusta?
  • quali sono gli indici che andremo a misurare?
  • quali sono le difficoltà e le minacce che potremo incontrare?
  • come faremo ad evitarle?
  • cosa bisogna fare “di nuovo”, “di diverso” o cosa bisogna “smettere di fare”?
  • cosa occorre mettere in atto per evitare le resistenze al cambiamento?

Una volta che ci siamo fatti la nostra idea, chiediamo aiuto ai nostri collaboratori e poniamogli delle domande che ci permettano di prendere in considerazione quello che a noi è sfuggito:

  • quali sono le difficoltà che hanno riscontrato nel loro lavoro?
  • come pensano di migliorare l’offerta del servizio o l’offerta di un nuovo prodotto?
  • quali fabbisogni hanno percepito parlando quotidianamente con i clienti?
  • in quali attività si sentono forti o in quali attività vorrebbero migliorare?
  • quali sono le carenze organizzative dell’azienda e come è possibile intervenire?

Una volta fatta la mappatura delle informazioni e chiarito dove vogliamo andare, passiamo alla pianificazione, all’azione e al monitoraggio dei risultati.

Buona fortuna!
 

Sandra Paserio – Consulente del Lavoro – HR Problem Solver – Coach Professionista


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